ADULLAM: Località a circa 25 km a Sud­ovest di Gerusalemme, 1°Samuele 22:1. Davide partì di là e si rifugiò nella spelonca di Adullam. Quando i suoi fratelli e tutta la famiglia di suo padre lo seppero, scesero là per unirsi a lui. Tutti quelli che erano in difficoltà, che avevano debiti o che erano scontenti, si radunarono presso di lui ed egli divenne loro capo. Così ebbe con sé circa quattrocento uomini. La cava di Adullam è fonte di vari insegnamenti per la vita di quanti hanno il desiderio e si stanno impegnando per essere gente di valore. Non bisogna disperare, quando i fatti precipitano, dopo l’unzione, la vittoria su Golia, il matrimonio con la figlia del re, le grandi vittorie, l’amicizia di Gionatan, . . . ! Anche se vai ad Adullam la scuola di Dio è misteriosa ma efficace.

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martedì 5 dicembre 2017

LA VERA AMICIZIA VA AL DI LA' DEL CREDO, DELLA FEDE E DALLA VISIONE EVANGELICA .

  Un’esperienza universale, che percorre le epoche e attraversa le culture, accomuna grandi e piccoli, di ogni condizione sociale: parliamo dell’amicizia, cantata dai poeti e indagata dai filosofi fin dall’antichità, esperienza che oggi raggiunge anche la realtà virtuale con i contatti dei social. Ma nel cristianesimo, dove l’elemento centrale è la designazione di «fratello», qual è il posto riservato all’amicizia?

Nel Nuovo testamento esistono diverse polarità in grado di fornire una spiegazione – amico/fratello, amico/prossimo e amico/nemico – tuttavia per analizzare a fondo l’amicizia in senso evangelico occorre rivolgersi alla figura di Cristo che, non vive l’esperienza umana del matrimonio o della paternità fisica, ma conosce a fondo la dimensione dell’amicizia. E sono molte le espressioni che in diversi contesti Gesù rivolge al tema dell’amicizia o, per essere più concreti, agli «amici». «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (Gv 15,12-14). L’amore più grande comporta il dono della vita per gli amici, un amore assoluto da intendersi «sino alla fine». Al punto, che la risposta di Pietro alle tre domande di Gesù Risorto sulle sponde del Lago di Tiberiade ( Gv 21, 15-19) non andrebbe tradotta con «lo sai che ti voglio bene», bensì con «lo sai che sono tuo amico». La scelta evangelica impone di seguire il Signore sulla sua stessa strada, imitarlo nel dare la propria vita in dono.

Discepoli «non più servi», ma «vi ho chiamato amici» (Gv 15,15), perché, vivendo il comandamento dell’amore come esigenza primaria dell’amicizia con lui, emerge un ulteriore aspetto che è quello della libertà. I discepoli sono liberi, come i veri amici che si pongono l’uno di fronte all’altro con la propria identità, dono reciproco che si esprime nella riconoscenza che la presenza dell’altro è per me, per la mia crescita personale: in fin dei conti un altro segnale dell’amore di Dio per me.

Ma esiste ancora un elemento caratterizzante l’esperienza umana in senso cristiano: l’amore per l’amico è accompagnato dalla «benevolenza», il volere il bene dell’altro ed entrare in comunione, in condivisione di vita. Non un’amicizia che abbia come scopo il miglioramento dell’altro (che sarebbe una forma di servilismo), bensì un sentimento umano che, donandosi all’altro per ciò che egli è nella sua identità, lo rivolga verso il bene.
Talvolta non occorrono parole, basta una presenza, uno sguardo, la vicinanza di un ricordo, ma sempre l’amicizia finisce per diventare un «luogo teologico» che trasfigura l’umano per rivolgerlo a Dio. Perché «nell’amicizia autentica c’è sempre uno spazio di trascendenza». Gli amici non si guardano negli occhi: camminano insieme, in ascolto, anche in silenzio, di una verità più alta che viene condivisa, ma che profuma di mistero.
Il Signore possa aprire  i nostri occhi sulla parola rispetto che si coniuga con amare il prossimo e chiamarlo amico anche se non condivide ciò che io e te possiamo reputare giusto . Dio ci benedica .

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